La conca

La conca
28 11, 2017
BACKSTAGE

Un workshop in Marocco alla scoperta di Fez e Chefchaouen TESTO di Lorenzo Mazzoni e IMMAGINI di Marco Rebuffi, Maurizio Coreggioli, Guido Lo Iacono, Margherita Taras, Filomena Oppido, Barbara Gallo, Anna Decessi


Galleria fotografica


Storia in Mille Battute

Quella laggiù, nella conca, è la nostra città, figlio. Quando ci camminiamo attraverso non ha mai fine, pertugi che si aprono su altri pertugi, una fiumana di uomini e donne che sembra non doversi mai prosciugare, ma da questa altura non è altro che un ammasso circoscritto di case. Qui non si sentono le voci, i ragli dei muli, i clacson delle macchine fuori dalla Bab Bou Jeloud. Qui è silenzio. Qui è tu ed io.
Guarda verso levante, figlio: le concerie di Chouara, con il loro odore pungente, le enormi vasche di pietra piene di pigmento e le pelli stese ad asciugare. È lì che lavora tuo zio, Fouad, con le gambe nude colorate di rosso ocra, giallo curcuma, blu indaco, verde menta, a seconda della stagione. Lui ha la possibilità di ammirare da posizione privilegiata lo straordinario spettacolo delle cisterne ad alveolo ogni giorno dell'anno, ma non se ne fa nulla, perché non è un turista, non possiede una macchina fotografica per immortalare il miracolo cromatico. È uno schiavo, non conosce il significato della parola “dono” poiché nessuno gli ha mai regalato niente.
E là, a ridosso del sole di fuoco che sta tramontando, c'è il Mellah, il vecchio quartiere ebraico, con le due sinagoghe Ibn Danan e Habarim, il cimitero con le sepolture bianchissime, le vecchie case dai caratteristici balconi e il rione di Moulat Abdallah. È bello passeggiare in quelle strade, al mattino, tra i rivenditori di elettrodomestici usati e le culle dove dormono i gatti, in attesa di essere acquistate da qualche poveraccio, occupate da un neonato, riempite dai suoi vagiti rimbalzanti.
E ora concentrati sul centro della conca, figlio. Fès el-Bali, la medina. L'intrigante labirinto di vicoli tortuosi, i venditori di galline, di petali di rose e di dentiere. Le donne che lavorano il pane, le botteghe del cuoio, del metallo, del legno o di strumenti musicali. Se chiudi gli occhi puoi sentire la corda dell'amzhad pizzicata dolcemente, il battito percussivo, come un cuore che canta, dei bendir, dei darbuka e dei tebilat. Nel nucleo antico della medina lavora mio fratello, Omar, quello che chiamano il Cammello, anche se quella che vende è carne di dromedario, come spiega chiaramente la testa recisa dell'animale appesa davanti alla sua macelleria. Un’antica leggenda narra che mangiare il dromedario allontani le malignità degli invidiosi. Credo che sia per questa diceria che Omar abbia deciso di fare il macellaio: lui è un uomo di pace, è un'anima buona che rifugge i conflitti.
Là, invece, nascosto dal profilo del minareto della moschea di al-Qarawiyyīn, c'è l'alcova di tuo padre, figlio. Il suo piccolo ufficio è rivestito da lapidi appese ai muri. Davanti all'entrata, nel vicolo, i suoi giovani artigiani picchettano il punterruolo sulle lastre di marmo per creare un omaggio definitivo ai defunti. Tuo padre ha gli occhi deboli, lo sai, non riesce quasi più a leggere. Tuo padre è un uomo mortificato: prima di assumere quei due operai dalla vista sorprendente, si è dovuto scusare con molti clienti per l'involontaria mancanza di rispetto nei confronti dei loro cari estinti. Sulle lapidi Fayçal diventava Fouad, Mounir diventava Munir e Karim diventava Kharid. Quanti guai gli hanno dato quegli occhi!
Vieni qui, figlio, avvicinati, abbraccia con me tutta la città, dalla conca che riposa laggiù dalla notte dei tempi, fin verso le montagne. Dalla medina verso il quartiere nuovo voluto dai francesi. Immagina la moltitudine di genti. I passi veloci e quelli lenti. Le urla strazianti e le risate gutturali. Pensa agli odori, ai riflessi del sole sugli intarsi in legno delle mattonelle zellij della medersa Bu ‘Inayna. Sorridi a questa continua, immutabile, frenetica vastità di pensieri, aromi, improvvisazioni.
Qui è silenzio. Qui è tu ed io. Qui è intimità.
Qui è cornice di Fès, il luogo a cui entrambi apparteniamo, figlio.
E così sempre sarà, finché i ricordi non si trasformeranno in cenere.

Lorenzo Mazzoni, 2017

Lorenzo Mazzoni

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Ha abitato a Londra, Istanbul, Parigi, Sana’a, Hurghada e ha soggiornato per lunghi periodi in Marocco, Romania, Bulgaria, Vietnam e Laos. Scrittore, saggista e reporter ha pubblicato numerosi romanzi, fra cui Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006; finalista al Premio Rhegium Julii), Apologia di uomini inutili (Edizioni La Gru, 2013), Quando le chitarre facevano l’amore (Edizioni Spartaco, 2015; Premio Liberi di Scrivere Award). È il creatore dell’ispettore Pietro Malatesta, protagonista dei noir (illustrati da Andrea Amaducci ed editi da Koi Press) Indagini di uno sbirro anarchico (2011), La Tremarella (2012), Termodistruzione di un koala (2013), Italiani brutta gente (2014), Il giorno in cui la Spal vinceva a Renate (2015). Diversi suoi reportage e racconti sono apparsi su Il manifesto, Il Reportage, East Journal, Scoprire Istanbul, Reporter e Torno Giovedì. Il suo ultimo romanzo, Il muggito di Sarajevo (2016) è stato pubblicato da Edizioni Spartaco. È docente di scrittura narrativa per Corsi Corsari a Milano, Monza, Como, Ferrara, Lecco e Bologna, consulente editoriale per diverse case editrici italiane e straniere, e responsabile della piattaforma di servizi editoriali ThinkABook. Nel 2015 è entrato a far parte di Mille Battute. Collabora con Il Fatto Quotidiano. I suoi libri sono tradotti in spagnolo, romeno e inglese.

CONTATTI

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.

Scrivi a Mille Battute

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

mailing list

Social Network

Seguici su Instagram

Seguici su Facebook

Questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Per maggiori informazioni clicca sul pulsante "Informativa". Se sei d'accordo clicca sul pulsante "Accetto".