Diari di Viaggio

Una nuova sezione aperta a coloro che vogliono vedere pubblicate le loro storie e immagini senza il vincolo delle 1000 battute.

Asmara, Paradiso Italia

Asmara, Paradiso Italia
30 01, 2018
BACKSTAGE

Un viaggio in Eritrea alla ricerca di un passato italiano ancora presente - Testo e immagini di Michele Buzzi

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1-2 dicembre, Asmara

La colonia Eritrea o semplicemente Eritrea, così detta dal Mare Eritreo o Mar Rosso, è costituita dall’estremità settentrionale dell’altopiano etiopico elevantesi sino a m.3411 nell’Amba Alagi, da una striscia di bassopiano verso il Sudan e da un’altra striscia di bassopiano lungo la costa del Mar Rosso e della Dancalia settentrionale.... il capoluogo Asmara è ormai una grande modernissima città italiana, il primo centro commerciale ed industriale dell’A.O.I. Massaua è il maggior porto dell’A.O.I e del Mar Rosso. Al turista l’Eritrea offre un paesaggio vario e pittoresco, notevoli monumenti, e nella parte alta, un clima salubre che ne fa un gradevole soggiorno per tutto l’anno.
(Africa Orientale Italiana – Guide d’Italia della C.T.I 1938)


Mi sveglio ancora assonnato e scendo a fare colazione nella sala dalle luci soffuse dell’hotel Midian di Asmara, Corno d’Africa, Eritrea, un tempo non troppo remoto Africa Orientale Italiana. I visi sono familiari, gli stessi che osservavo incuriosito quando dalla Stazione Termini scendevo verso l’Università; gli ovali perfetti delle cameriere sono incorniciati da bianchissime cuffiette, che lasciano intravedere solo qualche ciocca dei capelli crespi, pettinati con cura. I corpi sono sinuosi e sottili, l’incedere lento e ritmato, mentre si spostano tra i tavoli ed il grande bancone in mogano scurissimo, ornato da lunghe losanghe di color del rame, dove avviene la preparazione lunga e laboriosa delle bevande calde. Ma il primo caffè che ci offre la città di Asmara è nello splendido bar Vittoria, dove come per incanto il tempo sembra essersi fermato tra i tavolini, le insegne e gli orologi a lancette di quella che potrebbe sembrare, a prima vista, una Italia gentile ed accogliente, che non ha ancora conosciuto il boom economico degli anni sessanta e l’imbarbarimento degli anni settanta. Le cameriere sono vestite di bianco, con un nastro dello stesso colore a cingere l’elaborato chignon, e portano avanti ed indietro vassoi di metallo con piattini e tazzine da caffè, muovendosi con circospezione ed un po’ di pudore sotto i grandi manifesti che mostrano la trionfante immagine del panettone Vittoria, il classico, pieno di canditi ed uvetta. Nella saletta adiacente, la luce filtra da una grande vetrata a riquadri rettangolari ad illuminare il verde e l’arancio delle pareti, mentre gli avventori, in lunghi abiti e copricapi ricamati, parlano a bassa voce e sorseggiano con lenti movimenti il caffè nelle piccole tazzine dell’espresso. Quanta nostalgia ed anche un po’ di poesia traluce in questo bel caffè, dove si può ancora ammirare il gusto per i dettagli e l’armonia che sta dietro i piccoli gesti del quotidiano. Percorriamo in macchina il lungo e grande viale un tempo chiamato viale Mussolini, poi Corso Italia, National Avenue durante la dominazione etiope ed oggi Liberation Avenue, fino alla sede della Western Union, dove cambiamo qualche euro nella moneta locale, chiamata Nakfa. Bastano pochi minuti per addentrarci in un mondo completamente diverso, quello del caravanserraglio di Medeber, oggi mercato, officina, artigianato, recupero a scarto zero di ogni possibile materiale di risulta. Basta varcare la porta di ingresso, anch’essa in stile razionalista, squadrata e con i mattoni rossi, per immergersi in un’altra dimensione, non si fa neanche in tempo ad entrare che si viene assaliti dall’odore acre del berberé, che brucia gli occhi e la gola, mentre le donne, avvolte in lunghi veli e vesti colorate eseguono con un fare atavico tutte le fasi della lunga e complessa lavorazione; dapprima a mano in grosse ciotole di metallo lavorano il peperoncino essiccato che viene poi lavorato in rumorose macchine infernali che ne estraggono la prelibata polvere rossa. Il mercato è il regno di centinaia di artigiani, che nelle botteghe lungo le vie, lavorano e riciclano ogni millimetro quadrato di metallo, che cambia forma e foggia per i più svariati utilizzi del quotidiano. I mestieri vengono svolti come nei tempi più antichi, tanto che nel buio la lama dell’aratro viene fatta diventare incandescente dalla forza dei colpi di mazza dei fabbri, mentre i grossi fusti metallici vengono tranciati, punzonati, sezionati, e curvati fino a formare pentole, secchi, mestoli, contenitori, scatole e perfino delle croci copte molto elaborate. Oltre all’occhio, anche il nostro orecchio da occidentali è sollecitato dal risuonare ormai scomparso dei cunei e del martello, che accompagnano il racconto e la fatica del lavoro, sembra di essere all’inizio del secondo atto del Trovatore. Uomini di ogni età si muovono tra le montagne di ingranaggi, pignoni, cardani, giunti metallici e ruote dentate, mentre mi fermo ad osservare un bravo saldatore che ha ricavato la maschera di protezione da un pezzo di cartone giallo! In un angolo, bambini in tute blu da meccanico, molto più grandi di loro, lavorano i copertoni ormai lisci e logori per ricavarne, come in una utopia ecologica, cinture e lunghe strisce di cuoio. Ce ne torniamo quasi a malincuore in centro, nei pressi della bella moschea, costruita nel 1937 su progetto dell’Ing. G. Ferrazza. L’aria è tersa e secca, il cielo azzurro e luminosissimo, di quella luce che inonda gli altopiani africani e si riflette sulle vie e sui palazzi così italiani. In quella che fu una volta la grande Piazza Italia, mi ferma un signore anziano per fare sfoggio della sua conoscenza della lingua di Dante, e mi intrattiene a lungo su Asmara, il Paradiso degli italiani. Le grandi piazze e le grandi vie, disegnate da un piano regolatore moderno e funzionale, si susseguono senza traffico e senza quella confusione che caratterizza ed invade tutte le capitali africane. I palazzi mostrano decorazioni ora classiche ora barocche, con leoni in pietra che sostengono i balconi in ferro battuto; ovunque porte socchiuse ed oscure si aprono in affollate sale, dai pavimenti in pietra ed i grandi banconi in legno, dove si beve caffè e si gioca a biliardo. Ci fermiamo a mangiare in un bel ristorante e proviamo dei piatti tipici eritrei, lo zighini, uno spezzatino a base di carne o di pesce, e lo shiro, una sorta di puré di lenticchie e ceci, il tutto condito e speziato con il berberè e servito sull’immancabile injera. Da bere la buonissima birra Melotti, la più famosa di Asmara. E poi la splendida sala da bowling degli anni cinquanta, dalle vetrate dai mille colori e le piste in legno levigato, attorno alla quale si gioca a biliardo e si beve caffè. Ancora in macchina attraverso i quartieri residenziali, con la bellissima fontana a vasche degradanti purtroppo all’asciutto fino al cimitero degli italiani, dove le bouganville in piena fioritura si intrecciano alle tombe ed alla statue degli angeli liberty che sembrano usciti da Staglieno. E per finire la giornata, con la splendida luce del meriggio, il geniale garage Fiat Tagliero, il simbolo futurista di Asmara, che sfida le leggi della statica con le sue enormi ali che sembrano evocare le poesie di Marinetti e pochi isolati più in là, la chiesa di san Francesco, il patrono d’Italia, che alza le mani benedicenti sulla città.

3 dicembre, Keren

FERROVIA MASSAUA ASMARA, km 120 in ore 3,35 con la “Littorina”, classe unica L.57,60 – lo scartamento è di 95 cm; il tratto Ghinda - Asmara ha una pendenza quasi costante del 35% e curve di 70 m. di raggio minimo. Iniziata nel 1888, la ferrovia giungeva a Ghinda nel 1904, ad Asmara nel 1911- La linea arditissima, è molto interessante per i belli e svariati panorami. Salendo rapidamente dal livello del mare a più di 2.400 m. di alt. essa offre al viaggiatore tutte le varietà del paesaggio del bassopiano, della zona delle pendici e dell’altopiano eritreo. Collocarsi preferibilmente a destra.

Ho dormito dieci ore di filato e poi ho fatto colazione nella veranda all’aperto dell’hotel, nella inebriante luce del mattino di Asmara che a mala pena riesco a sopportare senza occhiali da sole. Alle 9 e 30 siamo nella bella ma decadente stazione della capitale eritrea, dove già emette i suoi sbuffi nerognoli il locomotore del famoso trenino a vapore, che si appresta a percorrere quello che rimane della linea ferroviaria, gioiello dell’ingegneria e della tenacia italiana, opera arditissima ed audace che permetteva già all’inizio del Novecento di percorrere i 120 chilometri che separano Massaua da Asmara e soprattutto di coprire l’impervio dislivello di oltre duemila metri di altitudine. Oggi il trenino e la sua locomotiva Ansaldo del 1930 sono amorevolmente curati e manutenuti da alcuni ferrovieri e macchinisti locali, tanto che saltuariamente il treno percorre una buona parte del tracciato per i non molti turisti che si avventurano fino a qua. Nel ventre del locomotore, il fuochista prende il carbone in pezzatura irregolare dai sacchi bianchi e lo getta con la pala nel cuore della caldaia, che si tinge di rosso attraverso il vetro degli oblò. Le due carrozze sono ancora quelle originali di terza classe, con le doghe di legno sul soffitto, i sedili in radica, le finestre azzurre aperte sull’edificio squadrato della stazione e sull’umanità che lo affolla nella bella e raggiante mattina di dicembre. Un breve tragitto di decompressione e verso le dieci si riesce finalmente a partire, attraverso gli splendidi paesaggi dell’altopiano dalla terra rossa, tra greggi di pecore e pastori, e lunghe file di fichi d’india che costeggiano i binari a scartamento ridotto, destinati in origine alle ferrovie della Sardegna. Il tragitto comincia a diventare più accidentato e assomiglia sempre più ad una ferrovia di montagna, che corre tra dirupi, burroni, pareti a strapiombo, gallerie nelle quali il buio è pressoché totale ed il treno scorre senza sosta. Giungiamo alle porte del diavolo, dove la dorsale scende ripidissima verso il basso, a picco sotto i binari, nella valle immersa nella nebbia, mentre gli sbuffi di vapore e di fuliggine riempiono le carrozze con cadenza regolare. Esco dalla carrozza per osservare il lavoro del fuochista e del frenatore che manovra le carrozze nelle strette curve. Lungo la strada ferrata, nelle varie stazioni abbondonate appaiono torme di bambini che aspettano il treno e lo seguono correndo a perdifiato. Alle dodici il treno si ferma per tornare indietro, in quanto la ferrovia non arriva più a Massaua da quando Menghistu fece saltare tutte le traversine; il treno in salita fatica molto di più e abbisogna di numerose soste, durante le quali i fuochisti continuano a caricare carbone nella caldaia, al fine di aumentare la pressione , e a reintegrare l’acqua nei circuiti con metodi rudimentali; la carrozza si riempie di vapore tanto che mi bruciano gli occhi e la gola! Facciamo una lunga sosta nella piccola stazione liberty di Arbaroba, con la pensilina di ferro a losanghe verdi, ricavata in una stretta gola, dove si può anche visitare la cisterna scavata nella montagna nella quale veniva accumulata l’acqua piovana. Si continua il viaggio di ritorno tra continue soste tecniche, lungo il ripido crinale, che richiede uno sforzo aggiuntivo al locomotore e ai suoi addetti! Poco prima delle tre vediamo di nuovo la sagoma di Asmara, e il treno sbuffando vapore e fuliggine ritorna trionfante in stazione. Si pranza e dopo le cinque ci mettiamo di nuovo in strada alla volta di Keren, lungo una nella strada bordata da enormi piante di jacaranda, mentre la luce della sera e del tramonto segna le creste frastagliate delle montagne, che si stagliano su più piani all’orizzonte con i lori profili aguzzi, mentre dal lato opposto della strada è appena sorta una gigantesca luna piena. E’ buio quando arriviamo nell’albergo di Keren, dove è in corso un matrimonio tra una giovanissima sposa, velata e truccatissima, e un impacciato sposo.

4 dicembre, Asmara

CHEREN, prop. Cheren (monte) è una graziosa bianca città-giardino dal mite clima, che ne rende assai piacevole il soggiorno. I suoi fabbricati, per gran parte villette munite di verande, sono circondati da bei giardini perennemente fioriti. Cheren, al centro di belle concessioni agricole (agave, tabacco, caffè, frutta e specialmente ottimi agrumi, banane, papaie ed ortaggi) è pure interessante mercato, a cui convengono indigeni del Senhait, del Sahel e del Barca.

Colazione da incubo in puro stile africano, i due tavoli di turisti mandano in tilt le cameriere e le nostre ordinazioni. Dopo quaranta minuti di attesa mi reco direttamente nelle cucine, che sembrano uscite da un libro di Dickens, per farmi preparare l’omelette dalle due cuoche, col grembiulino bianco, che sorridono per la mia improvvisata. Il lunedì si tiene a Keren il mercato settimanale dove convergono i mercanti da tutta la regione. Poco prima delle nove entriamo nel mercato degli animali, e nel recinto dove vengono esposti per essere venduti i cammelli o più precisamente i dromedari, tenuti al laccio dai pastori erranti dai lunghi camicioni bianchi, il gilè scuro ed il turbante immacolato. Immancabile ed esibito quasi come uno status symbol il lungo bastone nodoso che serve per appoggiarsi oppure da tenere dietro le spalle come si fa in palestra. Ovunque cammelli di varie stature, al guinzaglio e seduti per terra, mentre un lato del recinto in muratura è destinato ai piccoli e miti asinelli da soma. La vendita dei cammelli procede tra sguardi, cenni, gesti ed occhiate ed è suggellata dal controllo della dentatura dell’animale, al quale, una volta liberato dalle corde, viene aperta con forza la bocca e tra i suoi ragli, vengono esaminati uno per uno i molari e gli incisivi. Il posto è magico, un vero mercato per soli uomini dalla fisionomia più araba che abissina, che finita la contrattazione fanno passare di mano in mano decine di banconote scolorite. Si potrebbe stare qui per ore, ad immergersi in questi commerci antichissimi, ma ripartiamo per la visita della Madonna del Baobab di Dearit, legata al miracolo di due soldati italiani che durante un bombardamento si salvarono all’interno dell’enorme tronco, dove è stata collocata una grande statua nera della Madonna, addobbata con una veste rosa. Mi tolgo le scarpe per entrare nella cappella ricavata dentro il tronco, perché “ il luogo dove tu stai è Terra Santa, e togliti i sandali dai tuoi piedi” (Esodo, 3: 1-10) e “ se una donna non vuole mettersi il velo, si tolga pure i capelli. Ma se per una donna è vergogna tagliare i capelli o essere rasata, si copra con un velo” (Corano, 11:6) . La tappa successiva è il cimitero miliare italiano, un grande giardino curatissimo ed in perfetto ordine, al contrario di quello più trascurato di Asmara; una donna dagli abiti sgargianti non smette di pulire le tombe tutte uguali in marmo bianco, a sinistra quelle degli ascari, per lo più ignote, a destra quelle dei militari italiani, alcuni ignoti e gli altri identificati con nome, cognome, grado e città di provenienza. Al centro, sotto lo sventolare della bandiera italiana le tombe degli ufficiali e del generale Orlando Lorenzini “ caduto eroicamente a Cheren alla testa delle sue truppe il 17 marzo 1941 esempio di valore insuperabile”. Accanto alla sua tomba una targa di marmo ricorda “ gli eritrei furono splendidi. Tutto quello che potremo fare per l’Eritrea non sarà mai quanto l’Eritrea ha fatto per noi… generale Amedeo Guillet”. Ci immergiamo quindi nel favoloso mercato di Keren, prima tra le botteghe della città e poi nel wadi, il letto del fiume. E’ un’esplosione di colori, nelle merci esposte, nelle porte azzurre, nelle vesti delle donne che provengono da ogni parte del paese avvolte in lunghi veli di color rosa, giallo, turchese, vesti avvolgenti che frusciano e si innalzano al vento quando si chinano ad osservare le pentole, a contrattare, a comprare. Si aggirano strani personaggi, con il turbante e la spada, ed appare un anziano sul dorso di un asinello che sostiene in un buon italiano di avere compiuto i 101 anni d’età. E poi quando il sole è ormai alto sull’orizzonte e lancia i suoi caldi strali, il mercato della frutta e della verdura, con le bellissime composizioni di pomodori, cipolle, melanzane, zucche giallissime. Una bambina mi segue ed alla fine mi vende un mazzo di menta profumatissima per 10 Nakfa , poco più di mezzo euro. Il mercato è vivo ed affollatissimo, uomini e donne, dai volti fiabeschi, si aggirano tra i sacchi colorati delle spezie, pesando e soppesando piccoli mucchi di merce da comprare. Il colpo d’occhio dall’alto del Wadi è impressionante, per le forme, i colori e l’animazione di uno dei più bei mercati dell’Africa che abbia mai visto. Saliamo i 128 gradini dell’hotel Keren, l’hotel retrò costruito dagli italiani per la villeggiatura, per avere un bellissimo colpo d’occhio su tutta la città, le vie squadrate, le cupole della Chiesa cattolica, le Moschee e il profilo delle montagne che orlano tutto come un quadro. A pranzo spaghetti con salsa di pomodoro piccante e poi nell’ennesimo locale di stile ed atmosfera del ventennio per bere un delizioso caffè al ginger, prima di fare il giro della via con tutte le più belle costruzioni degli italiani, il municipio con la sua torretta che ricorda villa Zanelli, la scuola elementare in rosa art decò, gli splendidi edifici in stile liberty o eclettico, circondati da piante tropicali ed immersi nel sole e nell’aria secca e calda del dicembre eritreo. La stazione di Cheren, che oggi funge solamente da stazione degli autobus, visto che la linea ferroviaria è stata distrutta dalla guerra, è un luogo fuori dal tempo, dai colori ocra e blu pastello, le colonne di metallo con i capitelli ionici ben scolpiti, la pensilina in ferro battuto ed il bar interno con le insegne e le targhe degli anni venti. Non meno interessante è l’umanità varia e colorata che sosta sotto la tettoia e nei locali della stazione, che riposa o si muove senza quella frenesia che ormai caratterizza le nostre città e le nostre esistenze. Poco dopo le tre lasciamo con un po’ di malinconia la splendida Keren, che mi ha donato in poche ore tante situazioni avvincenti e tante emozioni, per tornare ad Asmara lungo la splendida strada : una prima sosta per vedere quello che rimane della fabbrica De Nadai, un padovano che aveva fatto costruire una vera e propria città intorno allo stabilimento dove si immagazzinava e si lavorava per la spedizione la frutta qui prodotta che veniva inviata in tutto il mondo: la chiesa con il campanile triangolare stile alpino, le sale padronali, dove un signore con nostalgia ricorda le feste di compleanno della figlia dei proprietari, e poi tutti gli edifici di servizio, contabilità, mensa ed i grandi capannoni con le officine in completo abbandono, con i torni dai mandrini arrugginiti che non gireranno mai più, e lo scheletro ancora minaccioso di un carro armato a ricordo di tutte le guerre che hanno insanguinato questo paradiso. Riprendiamo la strada tra paesaggi mozzafiato ed incontri inattesi, e ci fermiamo ad ammirare una foresta di enormi cactus in piena fioritura con i grappoli di fiori rossi come escrescenze sopra le foglie spinose e ce ne torniamo ad Asmara mentre il tramonto ci regala le ultime immagini suggestive della giornata.

5 dicembre, Massaua

MASSAUA, la <>, è situata nella parte meridionale del Mar Rosso, all’estremità N della baia di Archico su uno sfondo imponente di montagne che si elevano a 3000 m. Collegata da una ardita ferrovia e da una teleferica con Asmara, è il principale porto dell’A.O.I., notevole pure per il commercio con gli antistanti approdi della costa araba e per le industrie delle saline e della pesca. Massaua, (detta dagli indigeni Medzaua, cioè <> in tigrè) sorge in singolare posizione sulle due piatte isole madreporiche di Massaua e di Taulud, congiunte fra loro e con la terraferma con dighe di muratura, e sulle due penisole di Gherar e di Abd-el Cader, che formano vari bacini ed insenature.

Dopo la colazione usciamo nella nebbia mattutina che avvolge Asmara per andare a prendere il caffè al cinema Roma, che ci accoglie con la sua bellissima facciata in stile razionalista, con esposti in bella vista i manifesti di Ladri di biciclette e Roma città aperta: nell’atrio è posizionato un grande proiettore per film, con lo spazio per due enormi bobine che sembra appena uscito dal Nuovo Cinema Paradiso, e poi foto in bianco e nero di divi del grande schermo, dalla Lollobrigida a Marcello Mastroianni. Gli arredi sono originali e di bellissima fattura: la sala, quasi al buio, offre oltre mille posti su comode poltrone in velluto di colore rosso accesso, nell’enorme platea e nella galleria sovrastante dalle curve dinamiche e sporgenti. Il posto è fantastico, e dopo il caffè nel bar del cinema si parte in direzione di Massaua, lungo la strada scoscesa e impervia che scende tra grandi curve verso il mare, tra paesaggi aspri e selvaggi, pareti scoscese e stazioni abbondonate, fino a Ghinda, dove si cambia finalmente di dislivello e bisognerebbe bere secondo la tradizione un bicchiere di “raki” ma noi ci accontentiamo più semplicemente di un caffè allo zenzero. Passiamo accanto al decadente stabilimento dell’acqua minerale Ali Hasa, in completo abbandono e man mano che scendiamo la temperatura sale e la vegetazione tende a scomparire. Quando giungiamo a Dogali il terreno è arido e desertico, il sole è alto e picchia duro, ed andiamo a rendere omaggio, in cima ad una collina, al monumento che commemora “gli italiani qui valorosamente caduti il 26 gennaio 1887 immolandosi alla patria bandiera dalla insidia circuiti e dal numero sopraffatti delle orde nemiche “. Attraversiamo il ponte di Dogali, a tre grandi arcate sul greto di un fiume in secca, sulle quali il motto in piemontese “ca custa lon ca custa” ricorda il generale Menabrea e le laboriose maestranze che lo costruirono. Poco dopo l’una finalmente il cartello welcome to Massawa: tra palazzi nuovi e bidonvilles attraversiamo i ponti che sembrano dighe che collegano le isole e le penisole su cui sorge la città, fino ad arrivare dopo un ultimo lungo ponte, sull’isola che dà il nome a Massaua e su cui sorge la città vecchia, il centro commerciale oggi quasi completamente distrutto ed in abbandono. Entriamo attraverso una porta di legno socchiusa al Banuna restaurant, con la ventola sul soffitto a togliere l’afa che si respira, il cui rumore crea un piacevole sottofondo nella penombra della sala nella quale filtra attraverso una tenda la luce accecante di un porto abbandonato sul Mar Rosso. In compenso la zuppa di pesce ed il zilizil fish sono freschi e buonissimi, anche per le decine di gatti che si aggomitolano sotto il tavolo in attesa della loro parte. Raggiungiamo a piedi l’albergo, sfarzoso e decadente a ricordo di stagioni sicuramente più felici e verso le quattro cominciamo la passeggiata nelle vie polverose della Massaua vecchia; edifici sfarzosi e cadenti, tra oriente e Venezia, l’hotel Torino dal prospetto arrotondato, e finestre ad arco inflesso, a bifora, ogiva, moresche, un miscuglio di architetture che impreziosiscono i palazzi squartati dalle bombe, aperti come meloni, che mostrano il loro contenuto desolatamente vuoto. Le ricche porte in legno scolpite all’uso indiano e colorate di azzurro o di verde stanno ad indicare la ricchezza di un tempo, così come la presenza in molti palazzi della mashrabiya, il cui disegno traforato oltre ad assicurare la ventilazione che portava freschezza in casa, serviva alle donne a guardare tutto quello che succedeva per strada senza essere viste. Tra le vie assolate si aggirano con discrezione poche persone, fuori dalle case ci sono donne intente a pettinarsi in complicate acconciature, mentre nei cortili i bambini maneggiano con maestria una palla sgonfia. Il grande edifico della Banca di Roma, con gli archi a tutto sesto ed i capitelli corinzi, che ricorda la basilica palladiana di Vicenza, con le lunghe file di colonne interrotte dagli squarci delle bombe, ed il grande arco liberty sul centro del corpo avanzato ormai aperto a mostrare la bifora gotica dell’interno. I bambini giocano e si intrufolano attraverso il filo spinato in quello che il regno delle loro scorribande e giocano a nascondersi agli scatti dei nostri obiettivi. La luce del tramonto illumina la madrepora oltraggiata degli edifici, che ancora trasudano bellezza, mentre l’aria si colora e diventa meno calda e appiccicosa. Cerchiamo riposo sotto gli archi di un lungo porticato, in una atmosfera di tramonto e di malinconia, mentre i corvi smettono di volare e la sera cala sulla città fantasma e sui pochi negozi aperti, mentre nelle case abitate ci si accinge a prepararsi per la cena. Alle otto e mezza anche noi ci sediamo nei tavoli all’aperto di una piccola piazza della città vecchia, priva di pavimentazione, mentre dentro il ristorante Mohamed cuoce il pesce appena pescato sulle pareti del forno dancalo scavato nella terra. Il cibo è favoloso, cotto alla perfezione e leggermente speziato, e con il tepore della sera e la notte stellata non smetteresti mai di parlare e di godere di questo ultimo inatteso scampolo di estate, intorno alla bottiglia di raki Zibib extra, in quello che fu l’hotel Savoia, a riempire i bicchieri che si svuotano a piccoli sorsi. La luna e l’aria calda mi accarezzano e donano l’ebbrezza piena di ricordi dell’estate calda che si appicca e scivola sulla maglietta a maniche corte, l’estate della vita nell’illusione che possa durare in eterno, la notte calda di Massaua dolce come i baci che sono scivolati via per sempre.

6 dicembre, Asmara

Il porto di Massaua è il più vasto e sicuro del Mar Rosso e di facile accesso. Il lungomare Umberto I, detto comunemente la banchina, è fiancheggiato da fabbricati a portici che offrono una passeggiata riparata dal sole. Proseguendo lungo mare, si sbocca nella vasta piazza Principe di Piemonte, ove sorge la Banca d’Italia; nello sfondo la moschea Sciafei col suo snello minareto. All’angolo fra la piazza e il corso Umberto è la casa del Fascio. Continuando lungo la banchina si oltrepassano la via Andreoli e la via Torino, quindi due fabbricati della Soc. Commerciale Eritrea ; il secondo ha al 1° piano un loggiato con rivestimento di piastrelle a mosaico, su motivi ricavati da vecchie case massauine. La <> termina con la casa Bahandum, ora alb. Savoia, ritrovo principale della città.

L’aria del mattino è già calda e appiccicosa mentre l’acqua del porto è immobile e riflette come uno specchio antico i vecchi edifici abbandonati, la casa distrutta del governatore, la sagoma dell’isola verde e la nave semiaffondata. Torniamo nella città vecchia per il giro del mattino, ma la luce quasi perpendicolare ha azzerato tutte le ombre e le sfumature che avevano adornato la serata di ieri. L’odore del caldo penetra tra gli edifici distrutti e le testimonianze di un passato in cui Massaua era considerata la perle dell’Africa e dal suo porto partivano ed arrivavano tesori, profumi e spezie d’Oriente. Non appena ci si ferma all’ombra dei palazzi, in cerca di refrigerio, si viene assaliti da nugoli di mosche, mentre il gracchiare incessante dei corvi rende ancora più lugubre l’atmosfera. Poche persone in giro, nella penombra delle case si vedono donne intente a cucinare e a prelevare carbone che in pezzatura irregolare riempie i piccoli recipienti in metallo sull’uscio. Intanto sotto i portici, i vecchi bar offrono bevande fresche e refrigerio, mentre al piano superiore la reception di un hotel ormai abbandonato si apre sul bellissimo loggiato, dove la vista del mare e delle gru del porto si stempera e si riflette nelle maioliche dai disegni policromi. Ci spostiamo di alcuni chilometri per un paio di ore di meritato relax alla Gurgussum beach, dove un cartello scolorito fa presagire i fasti trascorsi “hamburger e pizza”, “night club”, “umbrella”, “boat service”. Ci sistemiamo sotto gli ombrelloni di canne intrecciate per poi attraversare la grande spiaggia che si è creata per la bassa marea. Il mare è caldissimo, sarà almeno 30 gradi, ma immergersi è sempre un gran piacere, considerato che è anche il 6 di dicembre. La spiaggia è animata, c’è qualche venditore ed anche il cammello ed un cammelliere che cerca disperatamente clienti. Piacevole relax sul Mar Rosso, prima di riprendere la strada di ritorno per Asmara. Come sempre, quando si ripercorre una strada già fatta, anche se al contrario, l’attenzione diminuisce e si è presi più dai propri pensieri che dal percorso e dal paesaggio che si attraversa. Sosta pranzo in un mercato lungo la strada con pane e banane, e poi si sale, con l’aria che ad ogni fermata si fa più fresca e più gradevole. Compriamo anche un chilo di miele da un venditore lungo la strada seduto proprio sotto una ventina di arnie situate sul ciglio della montagna. Alle 5 e 30 siamo di ritorno al Midian Hotel di Asmara.

7 dicembre, Asmara

Asmara (Azmara = bosco fiorito) ab.98 000 (di cui 53 000 italiani)capitale della Colonia Eritrea, si adagia su un altopiano leggermente ondulato che degrada a successive terrazze verso la V. dell’Anseba, a circa 4 km. dal ciglio dell’altopiano che scende rapidamente sul Mar Rosso. La città italiana, ricca di edifici notevoli e giardini perennemente fioriti e dominata dal Campanile della Cattedrale, è disposta a vie regolari rettilinee a S della città indigena che allinea fra edifici all’europea numerosi <> dal conico tetto di paglia. Lo sviluppo della città ebbe negli ultimi anni vigorosissimo impulso; la sua attrezzatura civile e commerciale e la magnifica rete di comunicazioni che ne fa capo ne fanno il centro più progredito dell’Impero e l’emporio della parte N dell’A.O.I.

La giornata asmarina si apre al caffè aquila, dove la bellissima ragazza con il turbante viola, prepara gli espressi con una vecchissima macchina LaSanMarco, laminata di verde acceso, mentre gli avventori mattutini si cimentano già nel gioco del biliardo. Passiamo davanti al Cinema Croce Rossa, con la facciata ricoperta di tessere di mosaico di cinquecento sfumature di giallo, e percorriamo a piedi il quartiere delle ville, dalle vie grandi e pulite, segnate dai tombini in perfetto stato di conservazione della ” fognatura del Municipio di Asmara”. Giungiamo alla bellissima palazzina un tempo sede della Banca Mondiale, delle linee modernissime che la fanno apparire come una villa sull’oceano di Miami beach, parallelepipedi di vetro e muratura da cui sporge l’ardito volume semicilindrico della scala di ingresso, che sembra la poppa di una nave, che naviga tra le siepi di bouganville. E poi le ville di inizio novecento con la torretta a due piani in muratura e l’hotel Hamasien, eccentrica costruzione con il tetto piramidale ad evocare uno chalet alpino e una stupenda villa liberty con le inferriate dai disegni fitomorfi, appena restaurata per accogliere l’ambasciata del Qatar, mentre nella piazza prospiciente, l’African pension offre al visitatore, al centro del giardino tropicale, una statua bronzea di Ottaviano Augusto. Ritorniamo sul corso Italia per salire sul campanile della Cattedrale che domina la città, con le sue grandi 4 campane fuse con il bronzo dei cannoni austriaci. Nella Chiesa, sotto la grande cupola affrescata stanno preparando il presepe, mentre una targa nella controfacciata ricorda la consacrazione avvenuta nel 1923 e la laboriosità e la fede di chi ha innalzato questo grande edificio in perfetto stile lombardo con i mattoni a vista. Poco avanti la bellissima facciata modernista del cinema Impero, con i mattoni rossi e la geometria dei riquadri bianchi con i lucernai, e la grande sala da 1.800 posti. La casa degli italiani, una volta casa del fascio, punto di ritrovo della nostra comunità, sede di una mostra permanente sugli ascari, i soldati eritrei arruolati nell’esercito italiano, e poi l’esposizione di cimeli d’epoca come l’elica del trimotore Caproni. Una bellissima bottega di barbiere con le poltrone originali costruite a Catania è l’occasione per un taglio di capelli eritreo, da parte di un simpaticissimo ragazzo tutto preso dal suo lavoro. E poi l’albergo Italia del 1899 dagli arredi lussuosissimi delle sale e del ristorante con i favolosi lampadari di Murano. Saliamo nella suite imperiale, con la collezione dei giornali italiani di Asmara e le teste impagliate degli animali trofeo di caccia; al piano superiore le camere da letto sono un tripudio di design italiano con i mobili di legno dalle linee modernissime e la cura maniacale di ogni dettaglio. Dopo il pranzo un caffè all’aperto nella sede della bocciofila,poi il cinema Odeon, purtroppo chiuso, ed infine il teatro dell’Opera, costruito nel 1918 dall’ingegner Cavagnari, dall’interno eclettico a tre gallerie, che ricorda vagamente il Costanzi di Roma, ed il bellissimo soffitto decorato nel quale danzano, mano nella mano, otto ballerine in perfetto stile belle epoque, con abiti scollati di colore verde, rosso e giallo. Non posso fare a meno di esibirmi in due miei cavalli di battaglia, per apprezzare l’acustica perfetta, con il suono della voce in maschera, che dopo aver riempito tutto il teatro, ritorna perfettamente sul palco. Emozionante! Saliamo fino al Forte Baldissera, sull’altura che domina la città, ed il suo bellissimo panorama. Proprio accanto al cimitero degli italiani con le sue bouganville in fiore, si trova la Chiesa di san Michele, dove la luce del tramonto avvolge un bellissimo gruppo di signore e di signori che oziano sulle scale e con i quali riusciamo ad instaurare un momento di familiarità e di amicizia. Le donne sono tutte avvolte nei loro veli bianchi, che spiccano sull’azzurro della parete, mentre gli uomini, in nero e con il mantello bianco, ci mostrano una grande croce copta e ci invitano a pregare. Per finire la giornata ci attende una cena molto chic nel patinato ristorante dell’albergo Italia.

8 dicembre, Asmara

La grande strada meridiana da Asmara a Dessié (LA STRADA DELLA VITTORIA)segue l’orlo orientale dell’altopiano nord-etiopico; il tracciato è assai ripido ed accidentato, ed offre una successione pressoché interrotta di panorami amplissimi e di viste pittoresche, che fanno di questo itinerario una delle principali attrazioni turistiche dell’Impero. Decamere, esattamente Decca Mahare (figli di Mahare) è una città sorta durante la campagna 1935-6 come luogo di smistamento dei rifornimenti dell’esercito operante ed è ora un importante centro commerciale e industriale in rapidissimo sviluppo. Segue ripida discesa a Maaraba, grosso paese a s. mentre la chiesa è a d. ; sotto il paese, al termine della discesa, il sicomoro di Maaraba, all’ombra del quale di tennero memorabili dispute tra eritrei cattolici e copti.

Oggi è la festa dell’Immacolata concezione, ed è quindi il giorno giusto per una gita fuori porta. Andiamo al bellissimo mercato coperto, dove stanno scaricando un enorme camion pieno di cespi di banane, a fare acquisti per il pic-nic, frutta, banane, papaya, pane e formaggio ed alle 9 usciamo da Asmara, che anche in periferia è una città sonnecchiante e tranquilla, e prendiamo la strada che va verso il confine con l’Etiopia e che una volta attraversava tutto l’Impero come ricorda un grande masso su cui una iscrizione del 1903 celebra gli ingegneri italiani e la strada che arrivava già fino a Segheneiti. Prima sosta a Dekameré, dove nella grande piazza da provincia italiana, ci accoglie una FIAT 850 gialla, in perfette condizioni, guidata da un simpatico personaggio, che sembra Fidel Castro. La città sorge in posizione strategica, all’incrocio delle due strade provenienti da Asmara e da Massaua, tanto da diventare in poco tempo un importante nodo strategico dell’Africa Orientale Italiana. La piazza è costruita secondo lo stile architettonico in voga nel ventennio, con l’immancabile cinema Impero, con i sedili di legno che oggi servono per vedere le partite della Champions, l’ufficio postale, la farmacia ed i negozi e gli empori. Sosta di rito nel caffè della piazza, dove fanno bella mostra sopra il bancone grosse e polverose bottiglie di amaro al carciofo e di barbera Degano, in una atmosfera senza tempo che ormai è diventata familiare. Riprendiamo la bella strada fino a Segheneyti, dominata da una grande chiesa, dove al termine del paese inizia la cosiddetta strada dei sicomori, uno sterrato dove accanto ai cactus si trovano i bellissimi alberi dalle enormi chiome che sono un po’ il simbolo del paese africano. Al termine della strada si trova il grande sicomoro, di oltre cinquecento anni, che è raffigurato anche sulle banconote eritree. Il tronco è enorme e nodoso mentre i rami si allungano per decine di metri non solo in altezza ma anche in lunghezza creando un enorme ombrello di colore verde e dal manico bianco che contrasta con il blu acceso del cielo. Ma la sorpresa inaspettata è che, invece del silenzio della natura africana, sotto l’albero troviamo centinaia di bambini, che sono qui venuti con gli autobus e le suore per festeggiare il loro 8 dicembre, che in Eritrea è il children’s day. Il colpo d’occhio dei bambini con i loro grembiulini azzurri, il colletto bianco ed un cappellino a cilindro sui cui appare 8 2017 in caratteri amarici, è incredibilmente bello e coinvolgente. I bambini corrono da una parte a l’altra, si arrampicano sui rami, saltano e vengono a curiosare impertinenti verso di noi che siamo gli ospiti inattesi; le suore organizzano canti e lezioni sotto il grande albero, e le voci dei bambini risuonano da ogni parte. Al centro dell’albero, esattamente accanto al grande tronco, gli adulti hanno allestito un fornitissimo punto ristoro, dove si cucina, ci si rifocilla, e si prepara il caffè alla maniera tradizionale sul fornello con i carboni. Mi siedo accanto ad una suora, su una cassa rovesciata di Coca Cola, mentre le signore, in attesa che il caffè sia pronto, ci offrono da bere e da mangiare, in una bella atmosfera di allegria e di condivisione. Intorno all’una i bambini risalgono sugli autobus che li riportano a casa, mentre noi percorriamo a piedi il sentiero tra gli enormi sicomori, con i cammelli al pascolo intenti a brucare e i pastori che sostano in case di pietra che lasciano intravedere all’interno immagini sacre e dignitosa povertà. Alle 4 e mezza siamo di nuovo ad Asmara, con la splendida luce del pomeriggio ad illuminare i viali, le donne dai veli bianchi in attesa dell’autobus e la vita che si svolge lungo la strada. Dobbiamo fare un non previsto trasloco, in quanto il governo da un giorno all’altro ha chiuso una serie di esercizi commerciali, tra cui il nostro hotel Midian, sembra perché evitavano di versare quotidianamente in banca quanto incassato. Almeno questo è quello che dice tristemente l’impiegato alla reception, ma si sa che le Dittature fanno sempre quello che vogliono senza dover dare troppe spiegazioni. Entriamo e prendiamo possesso di bellissime stanze a due piani nell’antico ed esclusivo albergo Italia.

9 dicembre, Asmara

Questa terra racchiude in sé tali possibilità da alimentare le più ardite speranze e da permettere le più audaci previsioni. Quante migliaia di Italiani desiderano di prendere conoscenza delle nuove terre bagnate dal sangue dei nostri fratelli. A questo pellegrinaggio spirituale si accompagna la rivelazione di vastissime zone di interesse turistico straordinario. L’eccellenza del clima, la perfezione della rete stradale, i vasti panorami, la fauna, la flora, i caratteri ed i costumi delle popolazioni diverse per razza, per religione, per lingua, le risorse economiche potenziali, fanno di gran parte dell’Africa Orientale Italiana un paese destinato ad un brillante avvenire turistico.

(9 settembre 1938 – senatore CARLO BONARDI)


L’aria del mattino è ancora fresca, ma luce è già accecante quando usciamo dall’albergo Italia per l’ultima giornata ad Asmara: ci sono ancora tante cose da vedere, ma basta fare i turisti, bisogna lasciarsi trasportare e perdersi nella città. La prima tappa è il palazzo delle Poste centrali, in quella che una volta era piazza Roma, con un bellissimo atrio nel quale sono rappresentate le caratteristiche agricole delle varie località dell’Eritrea, che immette nel salone con i vari sportelli, che riceve luce dalle vetrate policrome del soffitto. Suggestive le centinaia di cassette di sicurezza, con i numeri scritti a grosse cifre. Fatichiamo a trovare un bar aperto, dopo le chiusura forzate del governo del giorno precedente e ci sistemiamo alla fine nel piccolo bar romano, davanti al mercato della verdura e del pesce. E poi la cattedrale copta Nda Mariam, con le due torri quadrate con la copertura dal tetto fatto a forma di tucul, ed il grande mosaico colorato sulla facciata degli anni trenta. Poi il mercato degli artigiani per quel poco di shopping che si riesce a fare nelle piccole botteghe e per finire il palazzo Faletti che ricorda moltissimo i quartieri popolari romani degli anni del fascismo, con un bellissimo cortile quadrato con gli angoli smussati da quattro slanciati volumi cilindrici. Nel pomeriggio andiamo alla ricerca delle ultime luci e suggestioni sul corso Italia. Annunciata da un lungo presentimento e da un agitato sogno notturno, in un piccolo Internet Point piomba la notizia della morte di mio padre. La sua storia ricorda un po’ quella di questo paese: era nato nel 1922, l’anno della marcia di Roma, da giovane aveva fatto il Balilla e l’otto settembre lo aveva sorpreso caporale a Torino, da dove era riuscito rocambolescamente a scappare dai nazisti in una lunga fuga fino a casa. Arruolatosi nei partigiani aveva visto catturare e torturare a via Tasso il suo amato professore di liceo. Non ho mai avuto un buon rapporto con mio padre, nonostante il suo rigore di studioso e la sua dirittura morale e anch’io come l’Italia con l’Eritrea, ho cercato spesso di rimuoverlo dalla mia esistenza, cercando di ignorare quanto di me devo a lui, nel bene e nel male. Non c’è futuro senza passato, ognuno di noi è il frutto di quelli che lo hanno preceduto, delle loro esperienze, delle loro azioni e dei loro errori e nonostante questo triste epilogo, mi sento felice e più ricco per avere conosciuto un pezzo del mio amato paese al di fuori dei suoi confini ed aver visto quanto di Italia e di italianità ancora palpita in questa splendida Asmara, il paradiso perduto degli Italiani.

Michele Buzzi

Michele Buzzi, ingegnere, baritono, viaggiatore, vivo in un paesino sul mare della Liguria di Ponente. Sono ormai più di trent’anni che giro per il mondo: conoscere ed esplorare luoghi sconosciuti, percorrere nuove strade, vivere incontri casuali: viaggiare è forse il modo più antico e affascinante di intraprendere il cammino verso l’eterna ricerca della felicità.

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